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Tabarchini
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I mwbqtabarchini sono gli abitanti dell'mwbgisola di San Pietro, comprendente il comune di mwbwCarloforte (unico centro abitato dell'isola) e quelli del comune di mwcaCalasetta, sulla vicina mwcqisola di Sant'Antioco, nella mwcgprovincia del Sulcis Iglesiente. Discendenti di coloni mwcwliguri stanziati nel mwdaXVI secolo nell'isola di mwdqTabarca (mwdgTunisia), da cui il nome, si trasferirono nelle mwdwisole del Sulcis alla metà del mweaXVIII secolo, costituendo nel corso dei secoli una propria parlata, il mweqtabarchino, affine al mwegligure, nonché i loro peculiari usi, tradizioni e gastronomia.
Contents
• Storia
• Dialetto
• Note
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Storia
L'insediamento dei coloni liguri a Tabarca
La storia dei tabarchini ebbe inizio nel 1540 quando la famiglia genovese dei mwgwLomellini ottenne in concessione dal mwhabey di mwhqTunisi la piccola isola di Tabarca, prospiciente alle coste mwhgtunisine e all'omonima città, allo scopo di praticarvi la pesca e il commercio del mwhwcorallo. Secondo alcuni annalisti dell'epoca la concessione era dovuta al ruolo avuto dalla famiglia Lomellini nella liberazione del corsaro turco mwiaDragut, catturato sulle coste della mwiqCorsica dal patrizio genovese mwigGiannettino Doriacite-ref-1[1]; in realtà fu l'imperatore mwjwCarlo V, che in quegli anni aveva imposto il suo protettorato sul mwkaregno hafside di Tunisi, a concedere l'isola ai Lomellini.cite-ref-piccinno-2-0[2]cite-ref-cucina-3-0[3]
I coloni pegliesi diedero vita alla comunità che sarà detta "tabarchina" e che sarebbe rimasta sull'isola per due secoli, dedicandosi alla pesca del corallo, interamente acquistato dai Lomellini, che rivendendolo con un forte ricarico acquisirono da questo commercio ingenti ricchezze. Se il corallo rimaneva la principale fonte di reddito, i Lomellini grazie alla posizione strategica dell'isola e alle buone relazioni con le autorità locali instaurarono commerci con le popolazioni barbaresche acquistando anche altri prodotti, come cereali, olio, cera, lana e cuoio, che rivendevano in patria; questi commerci non interessavano tuttavia i coloni tabarchini, ma erano privilegio esclusivo degli amministratori dei Lomellini.cite-ref-piccinno-2-1[2]
La comunità continuò a prosperare anche dopo la conquista della Tunisia da parte degli mwrqottomani (1574), tuttavia l'esistenza della colonia non fu sempre tranquilla, sia per le mire dei mwrgfrancesi che volevano occupare l'isola che per le scorrerie dei pirati barbareschi. La situazione peggiorò per varie cause nella prima metà del mwrwXVIII secolo. Nel 1731 mwsaStefano Lomellini cedette l'isola al cugino Giacomo. Le incursioni dei pirati, la diminuzione del banco corallifero dovuta allo sfruttamento intensivo e l'eccesso di popolazione portarono ad una diminuzione dei profitti.cite-ref-piccinno-2-2[2]cite-ref-cucina-3-2[3]cite-ref-antologia-4-1[4]cite-ref-slsp-5-1[5]
L'esodo dei tabarchini verso la Sardegna
Nel 1737 fu chiesto al mwcgre di Sardegna mwcwCarlo Emanuele III di permettere l'insediamento di alcune centinaia di tabarchini in una delle isole adiacenti alla mwdaSardegna.
Il re, interessato a colonizzare le terre di Sardegna non ancora abitate, concesse loro l' "isola degli Sparvieri", oggi chiamata mwewisola di San Pietro, nella Sardegna sud-occidentale, allora deserta e saltuariamente utilizzata come base dai mwfapirati barbareschi per le loro scorrerie. Il 17 ottobre 1737 tra il nobile don Bernardo Genoves y Cervillon, marchese della guardia, il conte Botton de Castellamont, intendente generale dell'isola e Agostino Tagliafico, rappresentante dei tabarchini, venne stipulato l'atto di mwfqinfeudazione dell'isola di San Pietro stabilendo che la cittadina che si stava per fondare come capoluogo dell'isola sarebbe stata chiamata mwfgCarloforte in onore del re. Il 17 aprile 1738 con un primo esodo pianificato quasi cinquecento tabarchini approdarono sull'isola di San Pietro. Il mwfwviceré di Sardegna inviò sull'isola un presidio militare per difendere i nuovi coloni dai pirati barbareschi.cite-ref-antologia-4-2[4]
I primi periodi della colonizzazione furono durissimi per la presenza di aree paludose ed insalubri, causa di epidemie tra la popolazione; in seguito il territorio fu bonificato e la nuova colonia poté consolidarsi e svilupparsi: a Carloforte i tabarchini non si dedicavano solo alla tradizionale raccolta del corallo, ma anche alla pesca del mwhqtonno, alla produzione del sale, all'agricoltura e divennero anche valenti mwhgmaestri d'ascia. Superate le prime difficoltà la comunità di Carloforte richiamò a sé numerosi nuovi immigrati dalla mwhwLiguria, in particolare ancora da Pegli e dal ponente genovese, ma anche da altri centri della mwiaRiviera ligure e in seguito anche dalla mwiqCampania.
Dopo questo primo esodo i Lomellini avviarono trattative per vendere Tabarca prima alla mwkaSpagna e poi alla mwkqCompagnia francese d'Africa, ma prima che fosse raggiunto un accordo con i francesi, nel 1741 il Bey di Tunisi invase l'isola e fece prigionieri gli abitanti rimasti, riducendoli in schiavitù. Essi dopo lunghe trattative vennero riscattati per l'interessamento di Carlo Emanuele III, del mwkgpapa Benedetto XIV e di mwkwCarlo III di Spagna, con il contributo di molti nobili europei. Quasi tutti gli schiavi liberati raggiunsero Carloforte; un ultimo gruppo di tabarchini si insediò nel 1770 sull'mwlaisola di Sant'Antioco, vicino a quella di San Pietro, fondando il paese di mwlqCalasetta.cite-ref-cucina-3-3[3]cite-ref-antologia-4-3[4]cite-ref-slsp-5-2[5]
Parte dei tabarchini liberati si insediò nel 1768 sulla piccola isola spagnola di San Pablo, al largo di mwpwAlicante, dove fondarono il centro di mwqaNueva Tabarca. Diversamente da Carloforte e Calasetta quest'ultima non mantenne però i contatti con Genova e perse le sue tradizioni, integrandosi completamente nell'orbita culturale e linguistica spagnola.
Tra il 2 gennaio e il 24 maggio 1793 la mwqgFrancia occupò l'isola di San Pietro per farne una base navale. I carlofortini non contrastarono l'invasione francese, anzi accolsero con entusiasmo i francesi, ma i sardi organizzarono una tenace resistenza e respinsero il tentativo di invasione finché non intervenne la flotta spagnola che liberò definitivamente l'isola.
Tra il 2 e il 3 settembre 1798 Carloforte subì un'improvvisa incursione barbaresca, ancora una volta organizzata dal bey di Tunisi, al termine della quale si contarono circa ottocento prigionieri, che vennero riscattati solo nel 1803 per intervento delle maggiori potenze europee dell'epoca, in primo luogo del re di Sardegna mwraVittorio Emanuele I, che destinò allo scopo 360.000 lire.
Caratteristiche della comunità tabarchina
Complessivamente, la popolazione tabarchina residente in mwrwSardegna è di circa 9.350 abitanti risiedenti nei comuni di Carloforte e Calasetta.
La specificità delle attività economiche svolte dalla comunità tabarchina, legate soprattutto al mare, e l'insularità dei due centri, non ne hanno favorito la piena integrazione con il retroterra sardo, mentre sono rimasti forti i legami con il mwsqcapoluogo ligure. I tabarchini di Carloforte e Calasetta hanno quindi mantenuto integra la loro identità culturale sia nelle usanze che nella lingua: il mwsgdialetto di queste due località, il cosiddetto mwswtabarchino.cite-ref-treccani-6-0[6]
Nel 2004 Carloforte è stato riconosciuto come comune onorario dalla mwuqprovincia di Genova in virtù dei legami storici, economici e culturali con Genova ed in particolare con mwugPegli, luogo di origine dell'emigrazione. Nel 2006 questo riconoscimento è stato esteso anche alla vicina città di Calasetta.
Dialetto
Il mwwgtabarchino, parlato da circa 9.000 persone nei comuni di Carloforte e Calasetta, è un dialetto di tipo mwwwligure in un territorio linguisticamente mwxasardo.cite-ref-treccani-6-1[6] Si stima che altre 5.000 persone nelle aree limitrofe del mwyqSulcis e dell'mwygIglesiente conservino l'uso del tabarchino a livello familiare.
Secondo dati riferiti al 1998, il tabarchino, grazie anche al forte senso di appartenenza alla comunità, è correntemente parlato dall'87% degli abitanti di Carloforte e dal 65% di quelli di Calasetta. Un'indagine del 2007 riferita alla sola Carloforte conferma sostanzialmente questo dato, che trova riscontro anche tra la popolazione di età inferiore ai 35 anni.cite-ref-treccani-6-2[6]
Esistono alcune differenze tra il tabarchino parlato a Carloforte e quello di Calasetta: quest'ultimo infatti, per la contiguità culturale con la popolazione sarda, ha acquisito in misura maggiore termini linguistici sardi, legati soprattutto all'agricoltura, mentre quello di Carloforte si è mantenuto più aderente all'antico dialetto pegliese originario. In generale però il sardo non è diffuso nelle due comunità, e i sardi che si trasferiscono a Carloforte e Calasetta tendono ad apprendere per lo più il tabarchino.cite-ref-treccani-6-3[6]
Archivio Ràixe: spazi digitali per la cultura tabarchina
Ràixe ("Spazi digitali per la cultura tabarchina") è l'mw1warchivio digitale e installazione museale per la cultura tabarchina sito in mw2aCalasetta in Via Umberto 61 dal 2019. Pannelli, cartine, foto, video, personaggi, interviste, elenchi bibliografici e materiali d'archivio sono a disposizione dei visitatori.
Note
cite-note-11. ↑ Non esistono documenti che comprovino questa ipotesi e d'altra parte il Dragut, luogotenente del celebre ammiraglio ottomano mw3wKhayr al-Din, conosciuto come "Barbarossa", era un acerrimo nemico dei sovrani di Tunisi, che proprio contro di lui avevano chiesto la protezione degli spagnoli, e per nessuna ragione sarebbero intervenuti in suo favore (fonte: L. Piccinno, mw4aUn'impresa fra terra e mare. Giacomo Filippo Durazzo e soci a Tabarca (1719-1729), mw4qFrancoAngeli, Milano, 2008)
cite-note-piccinno-22. ↑ L. Piccinno, mw6qUn'impresa fra terra e mare. Giacomo Filippo Durazzo e soci a Tabarca (1719-1729) , mw6gFrancoAngeli, Milano, 2008
cite-note-antologia-44. ↑ F. Protonotari, Nuova antologia di scienze, lettere ed arti, Volume 21, Direzione della Nuova Antologia, Firenze, 1872
cite-note-slsp-55. ↑ P.T. Ferrando, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, Volume 5, mwaquSocietà Ligure di Storia Patria, Genova, 1867
cite-note-treccani-66. ↑ mwaq8La comunità tabarchina sul sito dell'mwaraEnciclopedia Treccani
Bibliografia
• A. Riggio, mwarqGenovesi e Tabarchini in Tunisia settecentesca, in mwaruAtti della Società Ligure di Storia Patria, vol. 71, mwarySocietà Ligure di Storia Patria, Genova, 1948
• L. Piccinno, mwargUn'impresa fra terra e mare. Giacomo Filippo Durazzo e soci a Tabarca (1719-1729), mwarkFrancoAngeli, Milano, 2008
• S. Rossi, mwarsLa cucina dei tabarchini, mwarwSagep, Genova, 2010
• Autori vari, mwar4Modelli digitali per lo studio del patrimonio intangibile: il caso di Carloforte, Sardegna, in mwar8Il modello in architettura: cultura scientifica e rappresentazione, Alinea Editrice, Firenze, 2010
Voci correlate
Collegamenti esterni
• mwasgE. Usai, La realtà tabarchina sarda ieri e oggi: 1738-1770, nascono Carloforte e Calasetta, su Sardinews.it. URL consultato il 10 dicembre 2015 (archiviato dall'url originale il 7 ottobre 2010).
• mwasoLa comunità tabarchina sul sito dell'mwassEnciclopedia Treccani
• mwas0Storia di Pegli - le colonie del Mediterraneo, su pegli.com. URL consultato il 29 giugno 2012 (archiviato dall'url originale il 5 agosto 2013).